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Educare i figli: differenze tra Italia e Giappone e 5 aspetti positivi da osservare

Quando si parla di educare i figli, ogni Paese ha il suo modo di vivere la famiglia, la scuola, le regole e l’autonomia dei bambini. Non esiste un modello perfetto. Ogni cultura ha aspetti belli e aspetti più difficili. Anche dentro lo stesso Paese, ogni famiglia educa in modo diverso, secondo la propria storia, i propri valori e le proprie possibilità. Però osservare come crescono i bambini in altre parti del mondo può essere molto utile. Non per copiare tutto, ma per prendere qualche spunto e chiederci: “Questa cosa potrebbe aiutare anche noi nella vita quotidiana?” In questo articolo voglio parlare, in modo semplice, di alcune differenze tra l’educazione italiana e quella giapponese, soffermandomi soprattutto su 5 aspetti positivi dell’educazione giapponese che potremmo osservare con interesse. Educazione italiana ed educazione giapponese: due modi diversi di educare i figli In Italia la famiglia ha spesso un ruolo molto centrale. I bambini vengono seguiti, aiutati, accompagnati e protetti. C’è molta attenzione al legame affettivo, alla presenza dei genitori, al dialogo e al benessere emotivo. Questo è un aspetto molto bello: i bambini crescono sentendo spesso il calore della famiglia, la vicinanza dei nonni, l’importanza dello stare insieme, del mangiare in compagnia, del parlare e del condividere. Allo stesso tempo, però, a volte noi genitori italiani possiamo rischiare di fare troppo al posto dei figli. Per amore, per fretta o per paura che sbaglino, possiamo sostituirci a loro anche in piccole cose quotidiane. In Giappone, invece, viene dato molto valore alla responsabilità, al rispetto del gruppo, all’autonomia e alla capacità del bambino di contribuire alla vita comune. I bambini vengono educati fin da piccoli a considerarsi parte di una comunità: famiglia, scuola, classe, quartiere. Non sono solo “figli da proteggere”, ma anche piccole persone che possono partecipare, aiutare, collaborare e prendersi cura degli spazi. Naturalmente anche in Giappone ci sono difficoltà, pressioni e aspetti che possono non essere adatti a tutti. Però ci sono alcune abitudini educative che possono offrirci spunti interessanti. 1. Insegnare l’autonomia fin da piccoli Uno degli aspetti più noti dell’educazione giapponese è l’attenzione all’autonomia. I bambini vengono incoraggiati a fare da soli molte piccole cose: preparare il materiale, sistemare le proprie cose, muoversi con più indipendenza, rispettare orari e routine. Questo non significa lasciarli soli o pretendere troppo. Significa, piuttosto, trasmettere fiducia. L’autonomia cresce nelle piccole azioni Anche in casa possiamo prendere ispirazione da questo principio. Un bambino può imparare a mettere via le scarpe, preparare lo zaino, apparecchiare, riordinare un gioco, scegliere i vestiti tra due opzioni semplici. Sono cose piccole, ma ripetute nel tempo costruiscono fiducia. Quando un bambino sente: “Puoi farcela”, non impara solo un compito pratico. Impara anche a vedersi capace. 2. Dare valore al rispetto degli spazi comuni In Giappone c’è una forte attenzione al rispetto degli spazi condivisi. A scuola, per esempio, i bambini partecipano spesso alla pulizia delle aule e degli ambienti. Questo non viene visto solo come un compito pratico, ma come un modo per imparare che ciò che è comune riguarda tutti. In Italia siamo molto abituati a pensare alla casa e alla famiglia, ma a volte facciamo più fatica a trasmettere ai bambini il senso dello spazio comune: la scuola, il parco, la strada, i luoghi pubblici. Prendersi cura di ciò che è di tutti Questo insegnamento può essere molto prezioso. Quando un bambino impara a non lasciare sporco, a rispettare una panchina, a non rovinare un libro, a raccogliere ciò che ha usato, capisce che il mondo non è solo qualcosa da consumare, ma anche qualcosa da custodire. È un’educazione silenziosa, ma molto importante. 3. Educare i figli alla collaborazione Un altro aspetto interessante dell’educazione giapponese è il valore dato al gruppo. I bambini imparano presto che il loro comportamento ha un effetto sugli altri. Non si tratta solo di “io faccio quello che voglio”, ma anche di “come posso stare bene insieme agli altri?” In Italia valorizziamo molto l’espressione personale, ed è una cosa positiva. È bello che un bambino possa sentirsi libero di parlare, creare, raccontare chi è. Però può essere utile affiancare a questo anche una maggiore attenzione alla collaborazione. Non solo competizione, ma partecipazione Collaborare significa imparare ad aspettare il proprio turno, ascoltare, aiutare, condividere un compito, accorgersi se qualcuno è in difficoltà. In famiglia questo può tradursi in gesti semplici: aiutare a sparecchiare, sistemare insieme una stanza, preparare qualcosa per un fratello o una sorella, partecipare a un’attività senza pensare solo al proprio vantaggio. Sono abitudini che aiutano i bambini a sentirsi parte di qualcosa. 4. Curare le routine quotidiane Nell’educazione giapponese le routine hanno un ruolo importante. Ordine, puntualità, preparazione e ripetizione aiutano i bambini a orientarsi nella giornata. In Italia spesso siamo più flessibili, spontanei e creativi. Questo può rendere la vita familiare più calda e vivace, ma a volte anche più caotica. Le routine non devono essere rigide o fredde. Possono essere semplicemente punti di riferimento. Le routine danno sicurezza Un bambino che sa cosa succede dopo si sente più tranquillo. Lavarsi, vestirsi, fare colazione, preparare lo zaino, riordinare prima di dormire: quando queste azioni diventano abitudini, la giornata scorre con meno tensione. Anche per noi genitori può essere un aiuto, perché non dobbiamo ripetere sempre tutto da capo come se ogni giorno fosse una battaglia. 5. Insegnare la gratitudine e il rispetto per il cibo Un altro aspetto che mi colpisce molto della cultura giapponese è il rispetto per il cibo. Il momento del pasto non è solo “mangiare qualcosa”, ma può diventare un’occasione per riconoscere il valore di ciò che si ha, del lavoro di chi ha preparato, della cura che c’è dietro. Anche nelle famiglie italiane il cibo ha un ruolo enorme. La tavola è spesso luogo di affetto, tradizione e relazione. Possiamo però aggiungere un’attenzione in più: insegnare ai bambini a non dare tutto per scontato. La gratitudine si impara con l’esempio Ringraziare, aspettare che tutti siano seduti, non sprecare, partecipare alla preparazione o al riordino sono piccoli gesti che educano. Non serve trasformare ogni

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Non supporre nulla e fai sempre del tuo meglio: il terzo e quarto accordo de I quattro accordi

Dopo aver parlato dei primi due accordi del libro I quattro accordi di Don Miguel Ruiz, continuiamo questo piccolo percorso di consapevolezza con il terzo e il quarto accordo. I primi due accordi ci invitano a usare meglio le parole e a non prendere tutto in modo personale. Il terzo ci porta ancora più dentro le relazioni e dentro la nostra mente: “Non supporre nulla”. Il quarto, invece, secondo me è quello che tiene insieme tutti gli altri: “Fai sempre del tuo meglio”. Ed è proprio questo il punto più importante: senza il quarto accordo, anche i primi tre rischiano di diventare solo belle idee difficili da vivere davvero. Il terzo accordo: non supporre nulla Quante volte immaginiamo cosa pensa una persona senza averglielo chiesto davvero? Un messaggio visualizzato e senza risposta può diventare nella nostra mente: “Ce l’ha con me”.Un tono diverso può diventare: “Ho fatto qualcosa di sbagliato”.Un silenzio può diventare: “Non sono importante”.Una frase detta male può trasformarsi in una storia intera che ci fa stare male per ore, a volte per giorni. Il terzo accordo ci invita proprio a fermare questo meccanismo. Non supporre nulla significa non dare per certa una spiegazione che abbiamo costruito nella nostra testa. La mente, quando non ha informazioni complete, tende a riempire i vuoti. Il problema è che spesso li riempie con le nostre paure, le nostre insicurezze, le ferite del passato o il timore di non essere abbastanza. A volte la nostra interpretazione può anche essere corretta, ma non sempre. E quando crediamo subito alle supposizioni, rischiamo di soffrire per qualcosa che magari non è mai stato detto, pensato o voluto dall’altra persona. Le supposizioni possono creare distanza Le supposizioni non fanno male solo a noi. Possono anche creare distanza nelle relazioni. Quando supponiamo, spesso reagiamo non a ciò che è successo davvero, ma alla storia che ci siamo raccontati. Possiamo chiuderci, rispondere male, diventare fredde, sentirci rifiutate o attaccare prima ancora di aver capito. Magari l’altra persona era solo stanca.Magari non aveva capito.Magari era presa da altro.Magari quella frase non aveva il significato che noi le abbiamo dato. Questo non significa ignorare ciò che sentiamo. Se qualcosa ci ferisce, è giusto ascoltarlo. Ma possiamo imparare a distinguere tra il fatto reale e l’interpretazione che ci abbiamo aggiunto sopra. Il fatto può essere: “Non mi ha risposto”.L’interpretazione può essere: “Non gli importa di me”. Sono due cose diverse. Chiedere chiarezza è diverso dal cercare continue conferme Non supporre nulla non significa chiedere spiegazioni per ogni piccola cosa o cercare rassicurazioni continue dagli altri. Significa imparare a comunicare in modo più pulito. Significa non vivere sempre dentro le storie che la mente crea quando ha paura. A volte basta una frase semplice, detta con calma, per evitare tanti pensieri inutili. Altre volte, invece, possiamo scegliere di lasciare andare, perché capiamo che non tutto merita di diventare un peso. Per me questo accordo è molto legato al secondo: se non prendo tutto in modo personale, riesco anche a supporre meno. E se suppongo meno, soffro meno per pensieri che forse non corrispondono alla realtà. Il quarto accordo: fai sempre del tuo meglio Il quarto accordo è: “Fai sempre del tuo meglio”. A prima vista può sembrare una frase semplice, quasi scontata. In realtà è una delle più importanti di tutto il libro. Perché? Perché i primi tre accordi non sono facili da vivere ogni giorno. Non è semplice essere sempre impeccabili con le parole. Non è semplice non prendere nulla in modo personale. Non è semplice non fare supposizioni, soprattutto quando siamo stanche, ferite, confuse o emotivamente cariche. Il quarto accordo ci ricorda che non dobbiamo applicare tutto alla perfezione. Dobbiamo fare del nostro meglio, con il livello di consapevolezza, energia e presenza che abbiamo in quel momento. E questo cambia tutto. Il quarto accordo è il più importante Secondo me il quarto accordo è il più importante, perché senza questo anche gli altri tre perdono forza. Se provo a essere impeccabile con le parole ma poi sbaglio e mi giudico duramente, sto dimenticando il quarto accordo.Se provo a non prendere nulla in modo personale ma un commento mi ferisce lo stesso, il quarto accordo mi ricorda che sto imparando.Se provo a non supporre nulla ma la mia mente costruisce comunque una storia, il quarto accordo mi aiuta a non trasformare quel momento in un fallimento. Senza “fai sempre del tuo meglio”, gli altri accordi possono diventare un’altra lista di cose in cui sentirci sbagliate. E non credo sia questo il senso. Il quarto accordo porta gentilezza, realismo e continuità. Ci dice che il nostro meglio cambia da giorno a giorno. Ci sono giorni in cui siamo lucide, calme, riposate e presenti. E ci sono giorni in cui siamo stanche, nervose, preoccupate o sovraccariche. In entrambi i casi possiamo fare del nostro meglio, ma il “meglio” non sarà identico. Fare del proprio meglio non significa fare tutto perfettamente Fare del proprio meglio non vuol dire pretendere sempre il massimo da sé. Non significa essere produttive ogni giorno allo stesso modo. Non significa non sbagliare mai. Non significa controllare ogni parola, ogni pensiero e ogni reazione. Significa presentarsi alla vita con onestà. Significa provare. Accorgersi. Correggere. Ripartire. A volte il nostro meglio sarà parlare con calma.A volte sarà chiedere scusa.A volte sarà stare zitte prima di dire qualcosa che potrebbe ferire.A volte sarà riconoscere che abbiamo preso qualcosa troppo sul personale.A volte sarà semplicemente fermarci e non peggiorare la situazione. Questo accordo mi piace perché non chiede perfezione. Chiede presenza. Una riflessione personale Quando leggo questi accordi, mi accorgo che spesso il punto non è sapere cosa sarebbe giusto fare. Il punto è riuscire a ricordarmelo mentre vivo le cose. Posso sapere che non dovrei supporre, ma se una risposta non arriva, la mente può partire lo stesso. Posso sapere che non tutto è personale, ma certe parole possono comunque toccare una ferita. Posso sapere che le parole hanno un peso, ma in un momento di stanchezza posso non usarle come

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Non prendere nulla in modo personale: il secondo accordo de I quattro accordi

Nel precedente articolo ho parlato del primo accordo tratto dal libro I quattro accordi di Don Miguel Ruiz: “Sii impeccabile con le parole”. Abbiamo visto quanto le parole possano influenzare il modo in cui ci vediamo, il modo in cui ci parliamo e anche il modo in cui costruiamo le nostre relazioni. Le parole possono ferire, incoraggiare, lasciare segni profondi oppure aprire uno spazio nuovo di consapevolezza. Il secondo accordo è altrettanto importante, soprattutto per chi tende a sentire molto, a prendersi tutto a cuore e a rimanere ferito dalle parole o dai comportamenti degli altri. Il secondo accordo è: “Non prendere nulla in modo personale”. A leggerlo così può sembrare semplice. Quasi una frase da dire velocemente quando qualcuno ci critica o ci tratta male. Ma in realtà è un accordo molto profondo, perché ci invita a fare un passo indietro e a ricordare una cosa importante: non tutto ciò che gli altri dicono o fanno parla davvero di noi. Cosa significa non prendere nulla in modo personale Non prendere nulla in modo personale non significa diventare freddi, indifferenti o insensibili. Non significa nemmeno accettare tutto, giustificare comportamenti scorretti o far finta che certe parole non facciano male. Significa, invece, imparare a distinguere ciò che appartiene davvero a noi da ciò che appartiene al mondo interiore dell’altra persona. Quando qualcuno ci giudica, ci critica, ci ignora o reagisce in modo duro, la prima reazione può essere pensare: “Cosa ho sbagliato?”, “Forse non valgo abbastanza”, “Forse ce l’ha con me”, “Forse sono io il problema”. A volte può esserci qualcosa da osservare, certo. Possiamo aver commesso un errore, possiamo aver detto qualcosa male, possiamo aver bisogno di chiarire. Ma non sempre la reazione dell’altra persona è una prova del nostro valore. Spesso gli altri parlano e reagiscono partendo dalle loro ferite, dalle loro paure, dalle loro convinzioni, dalla loro stanchezza, dalla loro storia personale. Questo non cancella l’effetto che hanno su di noi, ma ci aiuta a non trasformare ogni parola ricevuta in una sentenza sulla nostra identità. Il peso delle parole degli altri Se una persona ci dice qualcosa di duro, soprattutto se quella persona per noi è importante, è facile portarsi dentro quella frase per molto tempo. Un commento ricevuto in famiglia, una critica da piccoli, una frase detta da un insegnante, da un partner, da un’amica o da qualcuno che stimiamo può diventare una convinzione. Magari quella persona ha parlato in un momento di rabbia, di frustrazione o di poca consapevolezza. Magari ha proiettato su di noi qualcosa che apparteneva a lei. Eppure noi possiamo finire per crederci. È così che una frase diventa una specie di etichetta. “Sei troppo sensibile.”“Non sei capace.”“Non fai mai abbastanza.”“Esageri sempre.”“Non combinerai nulla.” Queste parole, se entrano dentro senza essere osservate, possono diventare una voce interna. E a un certo punto non è più solo l’altra persona a dirle: iniziamo a ripetercele da soli. Il secondo accordo ci invita proprio a interrompere questo meccanismo. Le reazioni degli altri non definiscono chi siamo Una delle cose più difficili da accettare è che non possiamo controllare sempre il modo in cui gli altri ci vedono. Possiamo impegnarci, spiegare, essere gentili, fare del nostro meglio, ma ci sarà comunque qualcuno che interpreterà male le nostre intenzioni. Qualcuno potrà giudicarci, criticarci o non comprenderci. Questo accade anche quando stiamo cercando sinceramente di migliorare. Non prendere nulla in modo personale significa ricordare che lo sguardo degli altri è filtrato dalla loro esperienza. Ognuno guarda il mondo attraverso ciò che ha vissuto, ciò che teme, ciò che desidera, ciò che non ha ancora risolto. Questo vale anche per noi. Anche noi, a volte, interpretiamo le parole degli altri attraverso le nostre insicurezze. Una risposta breve può sembrarci rifiuto. Un silenzio può sembrarci disinteresse. Una critica può sembrarci una conferma del fatto che non siamo abbastanza. Ma spesso tra ciò che accade e ciò che noi pensiamo ci sia un significato, c’è uno spazio. Ed è proprio in quello spazio che può nascere una nuova consapevolezza. Non è tutto contro di noi Quante volte prendiamo sul personale qualcosa che forse non era davvero diretto a noi? Una persona è nervosa e pensiamo di aver fatto qualcosa. Qualcuno non risponde subito e immaginiamo di non essere importanti. Un commento ci tocca e lo trasformiamo in una prova del nostro scarso valore. Questo non significa che dobbiamo ignorare ciò che sentiamo. Le emozioni sono reali e meritano ascolto. Però possiamo imparare a non credere subito alla prima interpretazione che la mente ci propone. A volte una persona è semplicemente stanca. A volte è chiusa nel suo problema. A volte non ha gli strumenti per comunicare meglio. A volte sta reagendo alla sua storia, non alla nostra persona. Ricordarlo può alleggerire molto. Non prendere nulla in modo personale non vuol dire subire Questo punto per me è importante. Non prendere le cose sul personale non significa permettere agli altri di ferirci, mancarci di rispetto o oltrepassare i nostri limiti. C’è una grande differenza tra non assorbire tutto come giudizio su di noi e restare in situazioni che ci fanno male. Possiamo dire: “Questa frase parla più di te che di me”, e allo stesso tempo scegliere di proteggerci. Possiamo non farci definire da una critica, ma decidere comunque che quel modo di comunicare non ci fa bene. Possiamo comprendere che una persona parla dalle sue ferite, senza per questo giustificare ogni suo comportamento. Il secondo accordo non invita a diventare passivi. Invita a non consegnare il nostro valore nelle mani dell’umore, delle parole o delle opinioni degli altri. Una consapevolezza che cambia il dialogo interno Questo accordo è molto collegato al primo. Se nel primo accordo impariamo a usare meglio le parole, nel secondo impariamo a non lasciare che ogni parola ricevuta diventi una verità assoluta. Quando qualcuno ci critica, possiamo fermarci interiormente e ricordare che quella frase è un punto di vista, non una definizione completa di noi. Un giudizio non è una sentenza.Una critica non è tutta la

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Sii impeccabile con le parole: il primo dei Quattro Accordi

Le parole fanno parte di ogni nostra giornata. Le usiamo per parlare con gli altri, per raccontare ciò che viviamo, per esprimere emozioni e per dare un significato alle esperienze. Ma le parole non sono soltanto suoni o frasi: possono lasciare un segno profondo, soprattutto quando vengono ripetute nel tempo. Nel libro I quattro accordi, Don Miguel Ruiz presenta come primo accordo il principio: “Sii impeccabile con le parole”. A una prima lettura può sembrare un invito a parlare sempre nel modo giusto, senza sbagliare mai. In realtà, il significato è più profondo. Essere impeccabili con le parole non significa essere perfetti. Significa cercare di usare il linguaggio con maggiore consapevolezza, evitando di trasformare le parole in strumenti di giudizio, paura, umiliazione o autosvalutazione. Questo riguarda il modo in cui parliamo agli altri, ma anche il modo in cui parliamo a noi stessi. La magia delle parole Le parole possono creare immagini, emozioni e convinzioni. Una frase gentile può farci sentire accolti. Una parola detta nel momento giusto può darci coraggio. Un complimento sincero può aiutarci a riconoscere una qualità che non riuscivamo a vedere. Allo stesso modo, una frase dura può rimanere nella memoria per molto tempo. Quando una persona importante ci dice ripetutamente che non siamo capaci, che non facciamo mai abbastanza o che sbagliamo sempre, quelle parole possono diventare parte del nostro dialogo interno. Anche quando quella persona non è più presente, possiamo continuare a ripeterci le stesse frasi. È questa la magia delle parole: non perché abbiano poteri soprannaturali, ma perché influenzano il modo in cui interpretiamo noi stessi e ciò che ci accade. Le parole orientano la nostra attenzione. Possono farci notare soltanto gli errori oppure aiutarci a riconoscere anche i progressi. Possono trasformare una difficoltà temporanea in una condanna definitiva, oppure descriverla per quello che è: un momento complicato dal quale possiamo imparare qualcosa. Essere impeccabili non significa essere sempre gentili Essere impeccabili con le parole non significa evitare ogni discussione, nascondere ciò che proviamo o dire sempre ciò che gli altri vogliono sentirsi dire. A volte è necessario esprimere un disaccordo, mettere un limite o parlare di un comportamento che ci ha ferito. La differenza sta nel modo in cui scegliamo di farlo. Possiamo dire la verità senza umiliare. Possiamo essere fermi senza diventare crudeli. Possiamo parlare di un comportamento senza definire tutta la persona attraverso quell’errore. Dire “questa cosa mi ha ferita” è diverso dal dire “sei una persona terribile”. Dire “in questo momento non sono riuscita a portare a termine ciò che avevo previsto” è diverso dal dire “non concludo mai nulla”. Le parole impeccabili cercano di descrivere la realtà senza aggiungere giudizi assoluti e distruttivi. Le parole che rivolgiamo agli altri Quando parliamo con un’altra persona, non possiamo sapere con certezza quale storia stia vivendo dentro di sé. Una frase che per noi sembra piccola può toccare una ferita già presente. Questo non significa vivere con la paura di dire qualcosa di sbagliato. Significa ricordare che le parole hanno un peso e che possiamo scegliere di usarle con maggiore responsabilità. Anche nei rapporti familiari, dove spesso ci sentiamo più liberi di reagire impulsivamente, il modo in cui comunichiamo può fare una grande differenza. Le parole possono alimentare distanza e incomprensioni, oppure creare uno spazio più sicuro nel quale spiegarsi e ascoltarsi. Non sempre ci riusciremo. Possiamo sbagliare tono, parlare troppo velocemente o lasciarci guidare dall’emozione. La consapevolezza ci permette però di riconoscere l’errore, assumerci la responsabilità delle nostre parole e provare a riparare. Le parole che rivolgiamo a noi stessi La parte forse più difficile di questo accordo riguarda il dialogo interiore. Molte persone usano con se stesse parole che non rivolgerebbero mai a qualcuno che amano. Davanti a un errore pensano di essere incapaci. Davanti a un risultato deludente credono di non valere abbastanza. Davanti a una giornata poco produttiva si definiscono pigre o inconcludenti. Ripetute nel tempo, queste frasi possono sembrare vere. Ma una convinzione non diventa una verità soltanto perché l’abbiamo pensata molte volte. Il linguaggio interiore influenza il modo in cui affrontiamo le difficoltà. Quando ci diciamo che non siamo capaci, possiamo rinunciare ancora prima di aver provato davvero. Quando trasformiamo ogni errore in una prova del nostro scarso valore, diventa più difficile imparare dall’esperienza. Parlarsi con rispetto non significa raccontarsi che va tutto bene quando non è così. Significa riconoscere i fatti senza trasformarli in un giudizio globale sulla propria persona. Una strategia può non aver funzionato. Un progetto può non aver ottenuto il risultato desiderato. Possiamo aver commesso un errore. Tutto questo può essere vero senza significare che siamo sbagliati. Una riflessione personale Leggendo questo accordo, mi sono accorta di quanto spesso io stessa mi parli in maniera dura. Per molto tempo ho ricevuto in famiglia parole poco costruttive, che mi hanno lasciato la convinzione di non essere abbastanza. Anche crescendo, alcune di quelle frasi hanno continuato a vivere nella mia mente e sono diventate parte del modo in cui giudicavo me stessa. Non è stato semplice riconoscere questa voce interiore, perché a volte la consideravo normale. In realtà, essere continuamente dura con me stessa non mi rendeva più forte: mi faceva sentire più insicura. Attraverso lo studio e una consapevolezza sempre maggiore di me stessa, della mia mente e del mio dialogo interno, sto lavorando proprio su questo accordo. Non per diventare perfetta e non per eliminare in un attimo ogni pensiero negativo, ma per accorgermi delle parole che uso e scegliere, poco alla volta, un linguaggio più sincero, rispettoso e costruttivo. Le parole possono cambiare una relazione Quando cambiamo il modo in cui parliamo, spesso cambia anche la qualità delle nostre relazioni. Una comunicazione più consapevole non elimina tutti i conflitti, ma può impedire che una difficoltà diventi una battaglia fatta di accuse, etichette e vecchie ferite. Può aiutarci a parlare di ciò che è accaduto senza attaccare il valore dell’altra persona. Lo stesso vale nel rapporto con i bambini. Le parole degli adulti contribuiscono alla costruzione dell’immagine che un bambino

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Gazpacho fatto in casa: la mia prima volta con questa ricetta fresca e veloce

Con l’arrivo delle giornate più calde cresce anche la voglia di portare in tavola qualcosa di fresco, leggero e semplice da preparare. Per questo motivo ho deciso di provare per la prima volta il gazpacho, una zuppa fredda a base di pomodori e verdure. Avevo visto questa ricetta tante volte, ma non l’avevo mai preparata personalmente. Devo ammettere che ero molto curiosa, soprattutto perché il gazpacho si realizza senza accendere i fornelli ed è quindi perfetto per l’estate. Per prepararlo ho utilizzato un robot da cucina Bosch, che mi ha permesso di frullare facilmente tutti gli ingredienti e di ottenere un composto omogeneo. Il mixer che vedete nel mio video è un prodotto affiliato: questo significa che, acquistandolo attraverso il mio link, per voi il prezzo non cambia, mentre io potrei ricevere una piccola commissione utile a sostenere la creazione dei miei contenuti. Il risultato è stato un piatto fresco, colorato e ricco di verdure, ideale come antipasto oppure come pranzo leggero durante una giornata particolarmente calda. Che cos’è il gazpacho? Il gazpacho è una zuppa fredda preparata principalmente con pomodori, peperoni, cetrioli, pane, olio e aceto. È una ricetta semplice, ma molto saporita, che può essere personalizzata in base ai propri gusti. Uno degli aspetti che mi ha colpita maggiormente è la sua consistenza: dopo aver frullato e filtrato tutti gli ingredienti, si ottiene una crema liscia e fresca. Il riposo in frigorifero permette inoltre ai sapori di amalgamarsi meglio. Si può servire in una ciotola, in un piatto fondo oppure anche all’interno di piccoli bicchieri, se si desidera proporlo come aperitivo. Ingredienti per preparare il gazpacho Per realizzare questa ricetta ho utilizzato: 70 g di pane raffermo; 1 kg di pomodori; 100 g di peperone rosso; 100 g di peperone verde oppure giallo; 100 g di cetriolo; 500 ml di acqua; 30 ml di aceto di mele oppure aceto di vino; 1 spicchio d’aglio; olio di oliva quanto basta; sale e pepe quanto basta. Ingredienti per la guarnizione Per rendere il piatto più colorato e aggiungere un po’ di consistenza, si possono utilizzare: cubetti di cipolla rossa; cetriolo tagliato a piccoli pezzi; peperoni a cubetti; pane tostato; una foglia di basilico; un filo di olio di oliva. La guarnizione è facoltativa, ma secondo me rende il gazpacho ancora più invitante e completo. Come preparare il gazpacho passo dopo passo 1. Ammollare il pane raffermo Per prima cosa ho tagliato i 70 grammi di pane raffermo a cubetti e li ho messi all’interno di una ciotola. Ho aggiunto circa 150 ml di acqua, presi dai 500 ml totali previsti dalla ricetta. Ho poi lasciato riposare il pane per qualche minuto, in modo che potesse assorbire bene l’acqua e diventare morbido. Nel frattempo mi sono dedicata alla preparazione delle verdure. 2. Lavare e tagliare tutte le verdure Ho lavato accuratamente i pomodori, i peperoni e il cetriolo. Ho poi tagliato tutte le verdure a pezzetti abbastanza piccoli, così da rendere più semplice e veloce il lavoro del mixer. Non è necessario ottenere cubetti perfetti, perché le verdure verranno successivamente frullate. È però utile tagliarle in pezzi di dimensioni simili, soprattutto quando si utilizza un robot da cucina. Man mano che tagliavo le verdure, le inserivo direttamente nel contenitore del mio robot Bosch. 3. Aggiungere il pane e gli altri ingredienti Quando tutte le verdure erano pronte, ho strizzato delicatamente il pane raffermo per eliminare l’acqua in eccesso e l’ho aggiunto all’interno del mixer. Ho poi versato i restanti 350 ml di acqua, insieme ai 30 ml di aceto di mele. In alternativa si può utilizzare l’aceto di vino, scegliendo quello che si preferisce o che si ha già in casa. Ho aggiunto anche uno spicchio d’aglio, un filo abbondante di olio di oliva, sale e pepe. Per quanto riguarda l’aglio, la quantità può essere modificata in base ai gusti. Se non amate un sapore troppo intenso, potete usarne meno oppure eliminare la parte centrale dello spicchio. 4. Frullare fino a ottenere un composto omogeneo A questo punto ho chiuso il robot da cucina e ho iniziato a frullare tutti gli ingredienti. Ho continuato fino a quando il composto non è diventato uniforme e le verdure si sono amalgamate completamente. Il colore ottenuto era molto vivace e già durante questa fase si sentiva un profumo fresco di pomodoro, peperone e cetriolo. Se il composto dovesse risultare troppo denso, è possibile aggiungere ancora un po’ d’acqua. Al contrario, se lo si preferisce più corposo, si può ridurre leggermente la quantità di liquido. 5. Filtrare il gazpacho Dopo aver frullato tutto, ho versato il composto all’interno di un colino a maglie strette. Con l’aiuto di un cucchiaio ho fatto passare la parte liquida e cremosa, eliminando le bucce, i semi e le parti più fibrose delle verdure. Questo passaggio richiede qualche minuto, ma permette di ottenere un gazpacho molto più liscio e piacevole da mangiare. 6. Lasciare riposare in frigorifero Una volta filtrato, ho trasferito il gazpacho in un contenitore e l’ho lasciato riposare in frigorifero per circa una o due ore. Il riposo è importante perché questa ricetta deve essere servita ben fredda. Inoltre, durante il tempo trascorso in frigorifero, tutti i sapori riescono ad amalgamarsi meglio. Prima di servirlo consiglio di assaggiarlo nuovamente e, se necessario, aggiungere un pizzico di sale, un po’ di pepe, qualche goccia di aceto oppure un filo d’olio. Come servire e guarnire il gazpacho Dopo il riposo in frigorifero ho versato il gazpacho nel piatto e l’ho guarnito con piccoli cubetti di cipolla rossa, cetriolo e peperone. Ho aggiunto anche alcuni cubetti di pane tostato, che creano un piacevole contrasto croccante con la consistenza cremosa del gazpacho. Per completare il piatto ho utilizzato una foglia di basilico e un filo di olio di oliva. La guarnizione può essere personalizzata liberamente. Si possono aggiungere soltanto le verdure preferite oppure servire tutti gli ingredienti in piccole ciotole separate, lasciando che ogni persona completi il proprio piatto.                Il risultato della mia prima volta con il gazpacho Per

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Figli, smartphone e social: come mettere limiti senza litigare ogni giorno

L’arrivo dello smartphone nella vita di un figlio non è mai solo una questione di tecnologia. Per noi genitori spesso diventa un piccolo grande passaggio emotivo: da una parte vediamo i nostri figli crescere, diventare più autonomi, desiderare le stesse cose dei compagni; dall’altra sentiamo salire dentro una preoccupazione difficile da ignorare. Quest’anno Cloe, per il suo compleanno e in vista dell’inizio della scuola media, ha chiesto un cellulare nuovo. Da mamma, lo ammetto, questa richiesta mi ha messo davanti a tante domande: sarà pronta? Riuscirò a proteggerla senza controllarla troppo? Come faccio a darle fiducia, ma anche a mettere dei limiti chiari? Il punto non è demonizzare smartphone e social. I nostri figli crescono in un mondo digitale e fingere che tutto questo non esista sarebbe poco realistico. Il vero obiettivo è accompagnarli, educarli e stabilire regole prima che il cellulare diventi motivo di litigio quotidiano. Perché lo smartphone preoccupa così tanto i genitori Lo smartphone non è solo un telefono. È una porta aperta su giochi, chat, video, social, notifiche, gruppi, confronti, mode e contenuti che spesso i bambini e i ragazzi non hanno ancora gli strumenti emotivi per gestire. Come genitori, la nostra paura non riguarda solo “quanto tempo stanno al telefono”, ma anche cosa vedono, con chi parlano, come si sentono dopo essere stati online e quanto il digitale possa influenzare il loro umore, la loro autostima e il modo in cui vivono le relazioni. Negli ultimi anni anche pediatri ed esperti hanno sottolineato l’importanza di non lasciare bambini e ragazzi da soli davanti a internet. La Società Italiana di Pediatria, nelle sue raccomandazioni sul digitale, invita a rimandare il più possibile l’uso personale dello smartphone, evitare dispositivi durante i pasti e prima di dormire, e non lasciare accesso non supervisionato a internet prima dei 13 anni. Questo non significa che ogni famiglia debba vivere il cellulare come un nemico, ma che serve una guida adulta. E la guida, per funzionare, deve essere chiara, coerente e possibilmente stabilita prima. Il problema non è solo il cellulare, ma l’assenza di regole Molti litigi nascono perché lo smartphone arriva in casa prima delle regole. All’inizio magari viene dato “solo per un po’”, poi diventa sempre più presente: a tavola, in camera, prima di dormire, durante i compiti, nei momenti di noia. Quando poi il genitore prova a togliere o limitare il telefono, il figlio lo vive come una punizione. Ed è lì che iniziano discussioni, pianti, risposte sgarbate, trattative infinite e sensi di colpa. Per questo sto cercando di fare una cosa diversa con Cloe: prima ancora di pensare al cellulare nuovo, sto già stabilendo delle regole. Non perché non mi fidi di lei, ma perché voglio che il telefono entri nella sua vita come uno strumento, non come qualcosa che prende il controllo delle sue giornate. Come mettere limiti senza trasformare tutto in una guerra Mettere limiti non significa urlare, minacciare o controllare ogni movimento. Significa creare una cornice sicura dentro cui nostro figlio può muoversi. 1. Parlare prima, non solo quando nasce il problema Il momento migliore per parlare di regole non è quando tuo figlio ha già passato tre ore al telefono e tu sei arrabbiata. È prima. Puoi dire, ad esempio: “Capisco che desideri il cellulare nuovo e che per te sia importante. Proprio perché è una cosa importante, dobbiamo decidere insieme alcune regole.” In questo modo il limite non viene presentato come un castigo, ma come una condizione necessaria per avere quello strumento. 2. Stabilire orari chiari Una delle prime regole dovrebbe riguardare il tempo. Non basta dire “non stare troppo al telefono”, perché per un bambino o un preadolescente questa frase è troppo vaga. Meglio stabilire momenti precisi: niente telefono durante i pasti; niente telefono prima di andare a dormire; niente telefono durante i compiti; uso consentito solo dopo aver fatto le cose importanti; telefono fuori dalla camera durante la notte. Queste regole possono sembrare rigide, ma in realtà aiutano a evitare discussioni continue. Se la regola è chiara, non va rinegoziata ogni giorno. 3. Controllare senza invadere Un altro punto delicato è il controllo. Come genitori abbiamo il dovere di proteggere, ma dobbiamo anche costruire fiducia. Con Cloe vorrei essere chiara fin da subito: il cellulare non sarà uno spazio completamente privato, almeno all’inizio. Non per curiosare, ma per proteggerla. Si può spiegare così: “Non controllerò il tuo telefono per mancanza di fiducia, ma perché il mio compito è aiutarti a usare bene questo strumento.” Il tono fa la differenza. Se il controllo viene vissuto come spionaggio, crea distanza. Se viene spiegato come accompagnamento, può diventare educazione. 4. Dare l’esempio come genitori Questa è forse la parte più difficile. Non possiamo chiedere ai nostri figli di staccarsi dal telefono se noi siamo sempre con lo schermo in mano. I figli osservano molto più di quanto ascoltino. Se durante i pasti controlliamo notifiche, messaggi e social, per loro sarà normale fare lo stesso. Non serve diventare perfetti. Basta iniziare con piccoli gesti: lasciare il telefono lontano durante la cena, non guardarlo mentre nostro figlio ci parla, evitare di usarlo come riempitivo in ogni momento vuoto. Quando il limite scatena rabbia o risposte sgarbate Anche con tutte le regole del mondo, arriveranno momenti di protesta. È normale. Un figlio che cresce mette alla prova i limiti, soprattutto nella fase della preadolescenza. Il punto non è evitare ogni conflitto, ma imparare a non trasformarlo in una battaglia emotiva. Quando un figlio risponde male perché non può usare il telefono, possiamo provare a restare fermi ma calmi: “Capisco che sei arrabbiata, però questa è la regola. Possiamo parlarne quando ti sei calmata.” Questa frase contiene tre cose importanti: riconosce l’emozione, mantiene il limite e non alimenta lo scontro. Anche noi mamme dobbiamo reggere emotivamente il limite Mettere regole ai figli sembra una cosa pratica, ma in realtà richiede tanta energia emotiva. Perché quando loro si arrabbiano, noi rischiamo di sentirci in colpa, di dubitare, di cedere solo per non litigare o di esplodere perché

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Preadolescenza: quando arrivano le prime rispostacce e una mamma non sa più se ridere o respirare

La preadolescenza è una di quelle fasi che, finché non la vivi da vicino, pensi sempre: “Vabbè, quando arriverà saprò come gestirla”. Poi arriva. E non bussa nemmeno con delicatezza. Arriva con le prime risposte secche, gli occhi al cielo, i cambi di umore improvvisi, quel tono un po’ nuovo che ti fa pensare: “Scusa, ma stai parlando proprio con me? Quella che ti ha fatto la pastina, ti ha comprato i cerotti con i disegnini e ti ha consolata quando piangevi?” Ecco, io sento che questa fase con Cloe si sta avvicinando sempre di più. Non siamo ancora nel pieno dell’adolescenza, per carità, però qualcosa sta cambiando. La mia bambina sta crescendo, cerca più spazio, vuole decidere di più, si arrabbia più facilmente e ogni tanto risponde in un modo che mi lascia lì, ferma, con la faccia da mamma che prova a restare calma ma dentro sta già facendo un comizio. Quando la tua bambina inizia a cambiare Crescere è bellissimo. Lo sappiamo. Vedere i figli diventare più autonomi, avere gusti propri, idee proprie, desideri propri, è una cosa meravigliosa. Però, diciamolo sinceramente: non è sempre facile da accettare. Perché fino a poco tempo prima eri il suo punto di riferimento per tutto. Ti cercava, ti raccontava, ti chiedeva aiuto anche per scegliere il colore di un elastico. Poi, quasi all’improvviso, ti ritrovi davanti una bambina che sta diventando grande e che magari ti risponde con un “uffa mamma”, un “lo so”, un “non capisci”, oppure con quello sguardo che dice tutto anche senza parlare. E tu, da mamma, lo sai che è normale. Lo sai che fa parte della crescita. Lo sai che non è cattiveria. Però a volte ci rimani male lo stesso. Le prime rispostacce che fanno più male del previsto Le prime rispostacce non sono solo parole. A volte sono piccole punture. Magari stai cercando di aiutarla, di darle un consiglio, di spiegarle qualcosa, e lei ti risponde male. Oppure cambia tono senza motivo, si infastidisce subito, sembra che qualsiasi cosa tu dica sia sbagliata. E tu dentro pensi: “Ma io volevo solo aiutarti”. Il punto è che nella preadolescenza i figli iniziano a vivere un piccolo terremoto interiore. Cambiano il corpo, le emozioni, i bisogni, il modo di vedere se stessi e anche il modo di vedere noi genitori. Non sono più piccoli, ma non sono ancora grandi. Vogliono essere trattati da grandi, però poi hanno ancora bisogno di protezione, coccole, conferme e presenza. Insomma, una fase semplice semplice… come montare un mobile senza istruzioni. I cambi di umore: sole, temporale e arcobaleno in dieci minuti Un’altra cosa che sto iniziando a notare sono i cambi di umore. Un momento va tutto bene. Dopo cinque minuti sembra che il mondo sia finito perché hai detto una frase normalissima tipo: “Metti a posto le scarpe”. E lì parte il dramma. Non sempre, ovviamente. Ma abbastanza da farti capire che qualcosa sta cambiando. Perché succede? Nella preadolescenza le emozioni diventano più intense. I bambini, che ormai bambini piccoli non sono più, iniziano a sentire tutto in modo più forte. Si offendono, si arrabbiano, si vergognano, si chiudono, vogliono indipendenza ma allo stesso tempo hanno ancora bisogno di sentirsi amati. E noi mamme ci troviamo in mezzo. Da una parte vorremmo accoglierli, capirli, essere dolci. Dall’altra, quando arriva la risposta brutta, ci verrebbe da dire: “No, amore mio, così con me non ci parli”. Perché va bene crescere, va bene cercare la propria identità, va bene tutto… ma il rispetto deve rimanere. La difficoltà più grande: non prenderla sempre sul personale Questa forse è la parte più difficile. Quando tua figlia ti risponde male, la prima reazione spesso non è razionale. Ti senti ferita. Ti senti rifiutata. Ti chiedi se hai sbagliato qualcosa. Io a volte mi ritrovo proprio così: so che Cloe sta crescendo, so che certi atteggiamenti fanno parte della fase, però dentro ci rimango male. Perché una mamma non è un robot. Anche se spesso facciamo mille cose come se avessimo otto braccia e tre cervelli, il cuore resta uno solo. E certe parole arrivano dritte lì. Respirare prima di rispondere Una cosa che sto cercando di imparare è respirare prima di reagire. Non sempre ci riesco, diciamolo. A volte la mamma zen dura circa sei secondi, poi parte la versione “adesso basta”. Però sto capendo che in questa fase è importante non entrare subito nello scontro. Se lei alza il tono e io alzo il tono ancora di più, finiamo in una gara dove nessuna delle due si sente capita. Allora provo a fermarmi, respirare e chiedermi: “Questa è davvero una sfida contro di me o è una difficoltà sua nel gestire quello che prova?” Questo non significa accettare tutto. Significa scegliere come rispondere. Mettere confini senza perdere dolcezza nella preadolescenza Essere dolci non significa lasciare che i figli ci parlino come vogliono. Questa è una cosa importante. Possiamo capire la fase, accogliere l’emozione, riconoscere che stanno crescendo, ma allo stesso tempo dobbiamo insegnare il rispetto. Un messaggio che sto cercando di far passare è: “Puoi essere arrabbiata, puoi non essere d’accordo, puoi avere bisogno del tuo spazio, ma non puoi mancarmi di rispetto”. Detto così sembra facile. Poi nella vita reale ci sono i compiti, la cena, i panni, le richieste, i “mammaaaaa” ogni tre minuti e la pazienza che ogni tanto prende ferie senza avvisare. Però il confine resta importante.   Una frase utile da usare Una frase che può aiutare in questi momenti è: “Capisco che sei arrabbiata, però con me non si parla così. Quando vuoi, ne parliamo con calma.” È una frase semplice, ma contiene tutto: ascolto, limite e disponibilità. Non umilia, non attacca, non chiude la porta. Però mette un paletto. Anche noi mamme stiamo crescendo La verità è che la preadolescenza non riguarda solo i figli. Riguarda anche noi. Loro cambiano e noi dobbiamo cambiare modo di stargli accanto. Non possiamo più trattarli come quando erano piccoli, ma non possiamo nemmeno lasciarli completamente soli

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Ultimo giorno di scuola elementare: quando finisce un percorso e ne inizia uno nuovo

Ci sono giorni che sembrano normali, ma dentro hanno il peso di un capitolo che si chiude. L’ultimo giorno di scuola elementare di Cloe è uno di quei giorni che arrivano quasi in punta di piedi. Per mesi sai che arriverà, lo immagini, ne parli, lo scrivi magari anche sul calendario. Eppure, quando arriva davvero, ti prende alla sprovvista. Perché non è solo la fine della scuola. Non è solo l’ultimo zaino preparato per le elementari, l’ultimo saluto davanti al cancello, l’ultimo giorno con le maestre che l’hanno vista crescere. È molto di più. È la fine di un pezzo di infanzia. È il passaggio verso qualcosa di nuovo. È guardare tua figlia e renderti conto che non è più così piccola come pensavi. La fine della scuola elementare: un momento che emoziona La scuola elementare è un percorso speciale. È il luogo dove i bambini imparano a leggere, a scrivere, a contare, ma anche a stare con gli altri, a conoscersi, a superare piccole paure, a trovare il proprio posto nel mondo. Per Cloe questi anni hanno rappresentato una parte importante della sua crescita. Ci sono stati giorni belli, giorni più difficili, momenti di entusiasmo, stanchezza, amicizie, piccoli conflitti, soddisfazioni e cambiamenti. E oggi, arrivata alla fine di questo percorso, io mi ritrovo con il cuore pieno. Da una parte sono felice e orgogliosa. Dall’altra mi sento commossa, quasi spaesata. Perché quando sei mamma vivi i passaggi dei tuoi figli anche dentro di te. Li accompagni, li osservi, li sostieni, ma allo stesso tempo devi imparare a lasciarli andare un pezzetto alla volta. E questo non è sempre facile. Quando ti accorgi che il tempo è passato davvero Ci sono momenti in cui il tempo sembra correre più veloce di noi. Ti sembra ieri il primo giorno di scuola elementare, con lo zaino più grande di lei, gli occhi curiosi, magari un po’ di paura e tanta voglia di scoprire. E poi, quasi senza accorgertene, ti ritrovi all’ultimo giorno. La guardi e vedi una bambina cresciuta. Una bambina che sta cambiando. Una bambina che piano piano sta entrando in un’età delicata, piena di emozioni, domande, insicurezze e bisogno di autonomia. La preadolescenza è proprio questo: un ponte. Non sono più piccoli, ma non sono ancora grandi. Vogliono fare da soli, ma hanno ancora bisogno di essere guidati. A volte ti cercano, altre volte ti respingono. A volte sembrano forti, altre volte fragilissimi. E per una mamma non è semplice trovare sempre il modo giusto di esserci. La paura del passaggio alla scuola media La scuola media, per molti bambini, rappresenta un grande cambiamento. Cambiano gli insegnanti, cambiano le materie, cambiano i ritmi, cambiano le richieste. Cambia anche il modo in cui i ragazzi vengono guardati: non più come bambini piccoli, ma come ragazzi che devono iniziare ad assumersi più responsabilità. E questo può fare paura. Fa paura a loro, ma spesso fa paura anche a noi mamme. Io penso a settembre, al nuovo inizio, alla scuola media, ai nuovi compagni, ai professori, ai compiti, alle interrogazioni, alle prime insicurezze più grandi. Mi chiedo se Cloe si sentirà pronta. Mi chiedo se saprà difendersi. Mi chiedo se riuscirà a credere in se stessa. Mi chiedo se io saprò starle accanto senza soffocarla, senza invadere troppo il suo spazio, ma senza lasciarla sola. Perché il passaggio alla scuola media non è solo un cambiamento scolastico. È anche un cambiamento emotivo. La preadolescenza: un’età delicata da accompagnare con dolcezza La preadolescenza è un’età fatta di contrasti. Un giorno tua figlia vuole ancora le coccole, il giorno dopo ti risponde male. Un giorno sembra aver bisogno di te, il giorno dopo vuole decidere tutto da sola. Un giorno la vedi bambina, il giorno dopo noti atteggiamenti, parole e pensieri più grandi. E tu, come mamma, puoi sentirti confusa. A volte ti chiedi dove sia finita quella bambina piccola che ti cercava sempre. A volte ti senti ferita da certe risposte. A volte fai fatica a capire se devi essere più morbida o più ferma. Ma forse la verità è che in questa fase servono entrambe le cose: dolcezza e confini. I nostri figli hanno bisogno di sapere che li amiamo anche quando cambiano, anche quando sono nervosi, anche quando non riescono a spiegare quello che sentono. Ma hanno anche bisogno di limiti, di presenza, di parole chiare e di adulti capaci di restare stabili. E questa, per noi mamme, è una grande sfida. Anche una mamma vive il cambiamento Quando un figlio cresce, cambia anche qualcosa dentro di noi. Non accompagniamo solo loro verso una nuova fase. Ci entriamo anche noi. L’ultimo giorno di scuola elementare di Cloe mi fa sentire tante cose insieme: gratitudine, nostalgia, paura, orgoglio, malinconia. Gratitudine per il percorso fatto. Nostalgia per gli anni che non torneranno. Paura per quello che verrà. Orgoglio per la bambina che sta diventando. Malinconia per quella parte di infanzia che piano piano si chiude. E va bene così. A volte pensiamo di dover essere sempre forti, sempre pronte, sempre organizzate. Ma ci sono momenti in cui anche noi mamme abbiamo bisogno di fermarci e sentire. Sentire la commozione. Sentire la paura. Sentire la stanchezza. Sentire l’amore enorme che proviamo, anche quando non sappiamo bene come esprimerlo. Lasciare andare non significa essere meno presenti Uno degli aspetti più difficili della crescita dei figli è imparare a lasciarli andare. Non significa allontanarli. Non significa smettere di proteggerli. Non significa essere meno mamme. Significa imparare a esserci in modo diverso. Quando sono piccoli, li accompagniamo per mano. Quando crescono, dobbiamo imparare a camminare un passo indietro, lasciando che provino, sbaglino, scelgano, si confrontino con il mondo. Ma restando lì. Con uno sguardo attento. Con una parola pronta. Con un abbraccio disponibile. Con la capacità di accogliere anche i loro cambiamenti più scomodi. Perché crescere non è facile per loro, ma nemmeno per noi. Un nuovo inizio pieno di sfide e possibilità La fine della scuola elementare non è solo una chiusura. È anche un nuovo

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Psicomotricità alla scuola materna: quando una semplice mattinata diventa un’emozione da mamma

Questa mattina sono andata a vedere i giochi di psicomotricità di Nicholas. All’apparenza poteva sembrare una semplice attività della scuola materna: bambini che corrono, saltano, seguono percorsi, ridono, aspettano il proprio turno e si mettono alla prova davanti alle maestre e ai genitori. Eppure, per una mamma, certi momenti non sono mai solo “una mattinata a scuola”. Sono piccoli pezzi di vita che ti fanno fermare, osservare e pensare: “Sta crescendo davvero.” Guardare Nicholas durante la psicomotricità mi ha fatto sorridere, ma mi ha anche smosso tante emozioni. Orgoglio, tenerezza, nostalgia, gratitudine, ma anche quella sensazione un po’ strana che arriva quando ti accorgi che il tuo bambino non è più così piccolo come pensavi. La psicomotricità non è solo movimento Spesso, quando sentiamo parlare di psicomotricità alla scuola materna, pensiamo solo a giochi, percorsi, salti, cerchi, palloni e attività motorie. In realtà, per i bambini è molto di più. Attraverso il movimento imparano a conoscere il proprio corpo, a coordinarsi, a rispettare le regole, ad aspettare il proprio turno, a gestire piccole difficoltà e a stare insieme agli altri. Ogni salto, ogni corsa, ogni esercizio diventa un modo per dire: “Io ci provo.” “Io posso farcela.” “Sto crescendo.” E noi mamme, mentre li guardiamo, vediamo molto più di un gioco. Vediamo i loro progressi. Vediamo la loro autonomia. Vediamo i loro piccoli sforzi. Vediamo il tempo che passa. Quando una mamma guarda suo figlio crescere Mentre osservavo Nicholas, ho pensato a quanto siano preziosi questi momenti. A volte viviamo le giornate di corsa: scuola, casa, spesa, lavoro, pensieri, impegni, stanchezza, mille cose da fare e poco tempo per fermarci davvero. Poi arriva una mattinata così. Ti siedi, guardi tuo figlio in mezzo agli altri bambini e all’improvviso ti rendi conto che sta facendo passi avanti, che sta diventando più sicuro, che sta entrando piano piano in una nuova fase. Nel caso di Nicholas, questo periodo ha un valore ancora più grande, perché la scuola materna sta finendo e da settembre inizierà un nuovo percorso: la scuola primaria. E allora la psicomotricità non è più solo un’attività scolastica. Diventa quasi un simbolo. Un piccolo passaggio. Una tappa. Un momento che ti ricorda che i figli crescono anche quando noi non siamo pronte a lasciar andare del tutto. La gioia e la malinconia possono stare insieme Una cosa che sto imparando è che noi mamme possiamo provare emozioni diverse nello stesso momento. Possiamo essere felici e malinconiche. Orgogliose e stanche. Presenti e sopraffatte. Grate e un po’ spaventate dai cambiamenti. Non significa essere fragili. Significa essere umane. Questa mattina ero felice di esserci. Ero felice di poter vedere Nicholas, di applaudirlo, di osservare i suoi movimenti, il suo modo di partecipare, il suo essere ancora bambino ma già un po’ più grande. Però dentro sentivo anche quel nodo dolce che arriva quando capisci che un pezzo della sua infanzia sta cambiando forma. La scuola materna è fatta di grembiulini, disegni, manine piccole, giochi, routine semplici, saluti pieni di tenerezza. La scuola primaria sarà un mondo nuovo: quaderni, compiti, zaino, regole diverse, nuove responsabilità. E anche se tutto questo è naturale, per una mamma può essere emotivamente intenso. Essere presenti è bellissimo, ma anche stancante Spesso si parla della bellezza dell’essere presenti per i figli. Ed è vero: esserci è un dono. Ma raramente si dice che essere presenti richiede anche energia emotiva. Perché una mamma non osserva solo quello che accade fuori. Una mamma sente anche tutto quello che si muove dentro. Mentre guarda suo figlio correre, magari pensa a quanto è cresciuto. Mentre applaude, magari trattiene una lacrima. Mentre sorride, magari sente tutta la stanchezza accumulata nei giorni precedenti. Mentre fa una foto, magari si chiede se sta facendo abbastanza. Ecco perché momenti belli come una mattinata di psicomotricità possono diventare anche momenti profondi. Non perché siano tristi, ma perché toccano parti vere di noi. Il bisogno di fermarsi e ascoltarsi Dopo una mattinata così, mi sono resa conto di quanto sia importante per una mamma non mettere sempre da parte quello che prova. Siamo abituate a funzionare, organizzare, accompagnare, preparare, risolvere. Ma ogni tanto dovremmo anche chiederci: Cosa ho provato davvero oggi? Mi sono emozionata? Mi sono sentita orgogliosa? Mi sono sentita stanca? Ho avuto nostalgia? Ho sentito paura del cambiamento? Ho avuto bisogno di un momento solo per me? Queste domande sembrano semplici, ma possono aiutarci a non accumulare tutto dentro. Perché il sovraccarico emotivo spesso nasce proprio così: da tante emozioni non ascoltate, da pensieri lasciati lì, da giornate piene in cui non troviamo mai uno spazio per noi. Questa mattinata con Nicholas mi ha ricordato ancora una volta perché ho creato il mio ebook Reset Emotivo in 5 Giorni. SCOPRI L’EBOOK ORA Non nasce per donne che hanno “tempo libero” o giornate perfette. Nasce per mamme vere. Mamme che corrono. Mamme che amano tanto, ma a volte si sentono stanche. Mamme che vogliono esserci per i figli, ma hanno bisogno anche di ritrovare se stesse. Mamme che vivono emozioni intense e non sempre sanno dove metterle. Nel mio ebook ho raccolto piccoli esercizi semplici, pensati per aiutarti a svuotare la mente, riconoscere quello che provi, respirare meglio e ritrovare un po’ di calma dentro le giornate piene. Non è una soluzione magica. È un piccolo spazio per tornare a te. Perché anche una mattinata bella, come vedere tuo figlio alla psicomotricità, può farti capire che dentro hai bisogno di rallentare, respirare e ascoltarti. Una riflessione per tutte le mamme Se anche tu stai vivendo un passaggio importante con tuo figlio, che sia la fine della scuola materna, l’inizio delle elementari, un cambiamento, una crescita improvvisa o semplicemente una giornata che ti ha smosso qualcosa dentro, sappi che non sei sola. Non devi sentirti sbagliata se ti emozioni. Non devi sentirti debole se ti senti stanca. Non devi sentirti ingrata se, anche nei momenti belli, senti il peso di tutto quello che porti. Essere mamma è anche questo. È guardare tuo figlio crescere e crescere un

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Mamme sempre presenti: quando esserci per i figli diventa anche un carico emotivo

Questa mattina sono andata a vedere Cloe ai giochi sportivi organizzati dalla scuola. Potrebbe sembrare una cosa semplice, quasi normale. Eppure, dietro a questi piccoli momenti da mamma, spesso si muovono tante emozioni: l’orgoglio di esserci, la gioia di vederla crescere, ma anche la stanchezza, i pensieri, le corse quotidiane e quel senso continuo di dover essere sempre presente, sempre disponibile, sempre forte. Perché sì, noi mamme presenti ci siamo. Ci siamo alle recite, alle feste, ai giochi sportivi, ai colloqui, ai compleanni, agli appuntamenti, alle giornate importanti e anche a quelle apparentemente normali. Ci siamo con il sorriso, con il telefono in mano per fare una foto, con gli occhi lucidi quando vediamo i nostri figli crescere, cambiare, mettersi alla prova. Ma spesso nessuno vede tutto quello che c’è dietro quel sorriso. Nessuno vede la sveglia presto, la casa lasciata a metà, i pensieri economici, il lavoro che manca o che non si incastra con gli orari dei figli, la spesa da fare, la cena da preparare, le preoccupazioni che camminano insieme a noi anche quando siamo sedute su una panchina a guardare i nostri bambini correre. Il desiderio di esserci sempre Essere mamme presenti non significa semplicemente “partecipare”. Significa esserci emotivamente, fisicamente e mentalmente. Significa voler guardare i propri figli negli occhi quando cercano il nostro sguardo tra la folla. Significa applaudirli anche quando arrivano ultimi, incoraggiarli quando si sentono insicuri, sorridere quando ci salutano da lontano, anche se dentro siamo stanche. Una mamma presente non vuole perdersi nulla. Vuole ricordare quei momenti, perché sa che i figli crescono in fretta. Oggi sono giochi sportivi, domani saranno medie, superiori, scelte importanti, strade nuove. E allora ci siamo. Anche quando siamo piene di pensieri. Anche quando avremmo bisogno di fermarci. Anche quando, dentro, sentiamo di non avere più tutte quelle energie che gli altri danno per scontate. Quando anche i momenti belli possono pesare C’è una cosa che spesso ci fa sentire in colpa: il fatto che anche i momenti belli possano pesarci. Andare a vedere i propri figli a scuola è bello. Vederli felici è bello. Sentirsi parte della loro vita è bellissimo. Ma questo non cancella automaticamente la fatica che una mamma può portarsi dentro. A volte si arriva a questi eventi già cariche: di stanchezza, di ansia, di corse, di pensieri. E allora anche una mattinata emozionante può diventare intensa. La mamma sorride, ma dentro pensa a mille cose Fuori magari sembriamo serene. Facciamo foto, salutiamo le altre mamme, guardiamo i bambini giocare, ridiamo, applaudiamo. Dentro, però, può esserci un mondo intero. Pensiamo alla casa.Pensiamo ai soldi.Pensiamo al lavoro.Pensiamo a quello che non siamo riuscite a fare.Pensiamo se stiamo dando abbastanza ai nostri figli.Pensiamo se siamo abbastanza brave, abbastanza calme, abbastanza forti. Ed è proprio qui che nasce il carico emotivo delle mamme presenti: non nel singolo evento, ma nel continuo accumulo di responsabilità invisibili. Il confronto silenzioso con le altre mamme Durante questi momenti scolastici può capitare anche di confrontarsi, magari senza volerlo. Guardiamo le altre mamme e ci sembrano più organizzate, più tranquille, più curate, più sicure. Magari pensiamo che loro riescano meglio di noi, che abbiano più aiuto, più stabilità, più pazienza. Ma la verità è che non sappiamo davvero cosa porti dentro ogni donna. Ognuna ha le sue fatiche. Ognuna ha i suoi pensieri. Ognuna cerca di fare del suo meglio con le energie che ha. Le mamme presenti non sono perfette. Sono donne che provano, cadono, si rialzano, sbagliano, si sentono in colpa, poi ricominciano. Ogni giorno. Essere presenti non significa annullarsi A volte pensiamo che per essere buone madri dobbiamo esserci sempre per tutti e dimenticarci completamente di noi stesse. Ma essere presenti per i figli non dovrebbe voler dire sparire come donne. Una mamma può amare profondamente i suoi figli e allo stesso tempo sentirsi stanca. Può essere grata per un momento bello e allo stesso tempo avere bisogno di silenzio. Può essere felice di esserci e, nello stesso tempo, sentire il bisogno di respirare. Una mamma non deve essere sempre forte Ci hanno insegnato che una mamma deve reggere tutto. Deve organizzare, capire, consolare, ricordare, prevedere, accompagnare. Ma una mamma è anche una persona. Ha emozioni, limiti, paure, fragilità. E riconoscerlo non significa essere deboli. Significa essere vere. Forse dovremmo iniziare a dircelo più spesso: non dobbiamo essere mamme perfette, dobbiamo essere mamme umane. Il bisogno di un piccolo spazio per sé Dopo una mattinata intensa, anche se bella, può essere utile fermarsi qualche minuto. Non serve stravolgere la giornata. A volte basta poco: sedersi, respirare, bere un caffè con calma, scrivere due righe, chiedersi sinceramente: “Come sto davvero?” Perché quando siamo sempre proiettate verso gli altri, rischiamo di non sentirci più. E invece anche noi abbiamo bisogno di ascoltarci. Abbiamo bisogno di riconoscere quello che proviamo, senza giudicarci. Una domanda semplice da farsi Dopo un momento emotivamente pieno, possiamo provare a chiederci: “Di cosa ho bisogno oggi per non perdermi dentro tutto quello che devo fare?” Magari la risposta è riposare.Magari è piangere un po’.Magari è parlare con qualcuno.Magari è solo concedersi dieci minuti senza sentirsi in colpa. Anche questo è amore. Non solo verso i figli, ma anche verso noi stesse. Proprio da queste sensazioni nasce il mio ebook Reset Emotivo in 5 Giorni, pensato per le donne e le mamme che si sentono spesso cariche di pensieri, responsabilità ed emozioni difficili da gestire. Non è un percorso complicato. È un piccolo spazio guidato, semplice e delicato, con un esercizio al giorno per aiutarti a fermarti, respirare e rimettere ordine dentro di te. Perché essere mamme presenti è bellissimo, ma non dovrebbe significare dimenticarsi completamente di sé. A volte abbiamo solo bisogno di qualcuno che ci dica:“Fermati un attimo. Anche tu conti.” SCOPRI ORA IL KIT RESET EMOTIVO Conclusione Questa mattina, guardando Cloe ai giochi sportivi, ho sentito orgoglio, emozione e gratitudine. Ma ho sentito anche tutto il peso invisibile che spesso accompagna noi mamme. Quel peso fatto di amore, responsabilità, pensieri, corse e desiderio

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