psicologia leggera

Non prendere nulla in modo personale: il secondo accordo de I quattro accordi

Nel precedente articolo ho parlato del primo accordo tratto dal libro I quattro accordi di Don Miguel Ruiz: “Sii impeccabile con le parole”. Abbiamo visto quanto le parole possano influenzare il modo in cui ci vediamo, il modo in cui ci parliamo e anche il modo in cui costruiamo le nostre relazioni. Le parole possono ferire, incoraggiare, lasciare segni profondi oppure aprire uno spazio nuovo di consapevolezza. Il secondo accordo è altrettanto importante, soprattutto per chi tende a sentire molto, a prendersi tutto a cuore e a rimanere ferito dalle parole o dai comportamenti degli altri. Il secondo accordo è: “Non prendere nulla in modo personale”. A leggerlo così può sembrare semplice. Quasi una frase da dire velocemente quando qualcuno ci critica o ci tratta male. Ma in realtà è un accordo molto profondo, perché ci invita a fare un passo indietro e a ricordare una cosa importante: non tutto ciò che gli altri dicono o fanno parla davvero di noi. Cosa significa non prendere nulla in modo personale Non prendere nulla in modo personale non significa diventare freddi, indifferenti o insensibili. Non significa nemmeno accettare tutto, giustificare comportamenti scorretti o far finta che certe parole non facciano male. Significa, invece, imparare a distinguere ciò che appartiene davvero a noi da ciò che appartiene al mondo interiore dell’altra persona. Quando qualcuno ci giudica, ci critica, ci ignora o reagisce in modo duro, la prima reazione può essere pensare: “Cosa ho sbagliato?”, “Forse non valgo abbastanza”, “Forse ce l’ha con me”, “Forse sono io il problema”. A volte può esserci qualcosa da osservare, certo. Possiamo aver commesso un errore, possiamo aver detto qualcosa male, possiamo aver bisogno di chiarire. Ma non sempre la reazione dell’altra persona è una prova del nostro valore. Spesso gli altri parlano e reagiscono partendo dalle loro ferite, dalle loro paure, dalle loro convinzioni, dalla loro stanchezza, dalla loro storia personale. Questo non cancella l’effetto che hanno su di noi, ma ci aiuta a non trasformare ogni parola ricevuta in una sentenza sulla nostra identità. Il peso delle parole degli altri Se una persona ci dice qualcosa di duro, soprattutto se quella persona per noi è importante, è facile portarsi dentro quella frase per molto tempo. Un commento ricevuto in famiglia, una critica da piccoli, una frase detta da un insegnante, da un partner, da un’amica o da qualcuno che stimiamo può diventare una convinzione. Magari quella persona ha parlato in un momento di rabbia, di frustrazione o di poca consapevolezza. Magari ha proiettato su di noi qualcosa che apparteneva a lei. Eppure noi possiamo finire per crederci. È così che una frase diventa una specie di etichetta. “Sei troppo sensibile.”“Non sei capace.”“Non fai mai abbastanza.”“Esageri sempre.”“Non combinerai nulla.” Queste parole, se entrano dentro senza essere osservate, possono diventare una voce interna. E a un certo punto non è più solo l’altra persona a dirle: iniziamo a ripetercele da soli. Il secondo accordo ci invita proprio a interrompere questo meccanismo. Le reazioni degli altri non definiscono chi siamo Una delle cose più difficili da accettare è che non possiamo controllare sempre il modo in cui gli altri ci vedono. Possiamo impegnarci, spiegare, essere gentili, fare del nostro meglio, ma ci sarà comunque qualcuno che interpreterà male le nostre intenzioni. Qualcuno potrà giudicarci, criticarci o non comprenderci. Questo accade anche quando stiamo cercando sinceramente di migliorare. Non prendere nulla in modo personale significa ricordare che lo sguardo degli altri è filtrato dalla loro esperienza. Ognuno guarda il mondo attraverso ciò che ha vissuto, ciò che teme, ciò che desidera, ciò che non ha ancora risolto. Questo vale anche per noi. Anche noi, a volte, interpretiamo le parole degli altri attraverso le nostre insicurezze. Una risposta breve può sembrarci rifiuto. Un silenzio può sembrarci disinteresse. Una critica può sembrarci una conferma del fatto che non siamo abbastanza. Ma spesso tra ciò che accade e ciò che noi pensiamo ci sia un significato, c’è uno spazio. Ed è proprio in quello spazio che può nascere una nuova consapevolezza. Non è tutto contro di noi Quante volte prendiamo sul personale qualcosa che forse non era davvero diretto a noi? Una persona è nervosa e pensiamo di aver fatto qualcosa. Qualcuno non risponde subito e immaginiamo di non essere importanti. Un commento ci tocca e lo trasformiamo in una prova del nostro scarso valore. Questo non significa che dobbiamo ignorare ciò che sentiamo. Le emozioni sono reali e meritano ascolto. Però possiamo imparare a non credere subito alla prima interpretazione che la mente ci propone. A volte una persona è semplicemente stanca. A volte è chiusa nel suo problema. A volte non ha gli strumenti per comunicare meglio. A volte sta reagendo alla sua storia, non alla nostra persona. Ricordarlo può alleggerire molto. Non prendere nulla in modo personale non vuol dire subire Questo punto per me è importante. Non prendere le cose sul personale non significa permettere agli altri di ferirci, mancarci di rispetto o oltrepassare i nostri limiti. C’è una grande differenza tra non assorbire tutto come giudizio su di noi e restare in situazioni che ci fanno male. Possiamo dire: “Questa frase parla più di te che di me”, e allo stesso tempo scegliere di proteggerci. Possiamo non farci definire da una critica, ma decidere comunque che quel modo di comunicare non ci fa bene. Possiamo comprendere che una persona parla dalle sue ferite, senza per questo giustificare ogni suo comportamento. Il secondo accordo non invita a diventare passivi. Invita a non consegnare il nostro valore nelle mani dell’umore, delle parole o delle opinioni degli altri. Una consapevolezza che cambia il dialogo interno Questo accordo è molto collegato al primo. Se nel primo accordo impariamo a usare meglio le parole, nel secondo impariamo a non lasciare che ogni parola ricevuta diventi una verità assoluta. Quando qualcuno ci critica, possiamo fermarci interiormente e ricordare che quella frase è un punto di vista, non una definizione completa di noi. Un giudizio non è una sentenza.Una critica non è tutta la

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Preadolescenza: quando arrivano le prime rispostacce e una mamma non sa più se ridere o respirare

La preadolescenza è una di quelle fasi che, finché non la vivi da vicino, pensi sempre: “Vabbè, quando arriverà saprò come gestirla”. Poi arriva. E non bussa nemmeno con delicatezza. Arriva con le prime risposte secche, gli occhi al cielo, i cambi di umore improvvisi, quel tono un po’ nuovo che ti fa pensare: “Scusa, ma stai parlando proprio con me? Quella che ti ha fatto la pastina, ti ha comprato i cerotti con i disegnini e ti ha consolata quando piangevi?” Ecco, io sento che questa fase con Cloe si sta avvicinando sempre di più. Non siamo ancora nel pieno dell’adolescenza, per carità, però qualcosa sta cambiando. La mia bambina sta crescendo, cerca più spazio, vuole decidere di più, si arrabbia più facilmente e ogni tanto risponde in un modo che mi lascia lì, ferma, con la faccia da mamma che prova a restare calma ma dentro sta già facendo un comizio. Quando la tua bambina inizia a cambiare Crescere è bellissimo. Lo sappiamo. Vedere i figli diventare più autonomi, avere gusti propri, idee proprie, desideri propri, è una cosa meravigliosa. Però, diciamolo sinceramente: non è sempre facile da accettare. Perché fino a poco tempo prima eri il suo punto di riferimento per tutto. Ti cercava, ti raccontava, ti chiedeva aiuto anche per scegliere il colore di un elastico. Poi, quasi all’improvviso, ti ritrovi davanti una bambina che sta diventando grande e che magari ti risponde con un “uffa mamma”, un “lo so”, un “non capisci”, oppure con quello sguardo che dice tutto anche senza parlare. E tu, da mamma, lo sai che è normale. Lo sai che fa parte della crescita. Lo sai che non è cattiveria. Però a volte ci rimani male lo stesso. Le prime rispostacce che fanno più male del previsto Le prime rispostacce non sono solo parole. A volte sono piccole punture. Magari stai cercando di aiutarla, di darle un consiglio, di spiegarle qualcosa, e lei ti risponde male. Oppure cambia tono senza motivo, si infastidisce subito, sembra che qualsiasi cosa tu dica sia sbagliata. E tu dentro pensi: “Ma io volevo solo aiutarti”. Il punto è che nella preadolescenza i figli iniziano a vivere un piccolo terremoto interiore. Cambiano il corpo, le emozioni, i bisogni, il modo di vedere se stessi e anche il modo di vedere noi genitori. Non sono più piccoli, ma non sono ancora grandi. Vogliono essere trattati da grandi, però poi hanno ancora bisogno di protezione, coccole, conferme e presenza. Insomma, una fase semplice semplice… come montare un mobile senza istruzioni. I cambi di umore: sole, temporale e arcobaleno in dieci minuti Un’altra cosa che sto iniziando a notare sono i cambi di umore. Un momento va tutto bene. Dopo cinque minuti sembra che il mondo sia finito perché hai detto una frase normalissima tipo: “Metti a posto le scarpe”. E lì parte il dramma. Non sempre, ovviamente. Ma abbastanza da farti capire che qualcosa sta cambiando. Perché succede? Nella preadolescenza le emozioni diventano più intense. I bambini, che ormai bambini piccoli non sono più, iniziano a sentire tutto in modo più forte. Si offendono, si arrabbiano, si vergognano, si chiudono, vogliono indipendenza ma allo stesso tempo hanno ancora bisogno di sentirsi amati. E noi mamme ci troviamo in mezzo. Da una parte vorremmo accoglierli, capirli, essere dolci. Dall’altra, quando arriva la risposta brutta, ci verrebbe da dire: “No, amore mio, così con me non ci parli”. Perché va bene crescere, va bene cercare la propria identità, va bene tutto… ma il rispetto deve rimanere. La difficoltà più grande: non prenderla sempre sul personale Questa forse è la parte più difficile. Quando tua figlia ti risponde male, la prima reazione spesso non è razionale. Ti senti ferita. Ti senti rifiutata. Ti chiedi se hai sbagliato qualcosa. Io a volte mi ritrovo proprio così: so che Cloe sta crescendo, so che certi atteggiamenti fanno parte della fase, però dentro ci rimango male. Perché una mamma non è un robot. Anche se spesso facciamo mille cose come se avessimo otto braccia e tre cervelli, il cuore resta uno solo. E certe parole arrivano dritte lì. Respirare prima di rispondere Una cosa che sto cercando di imparare è respirare prima di reagire. Non sempre ci riesco, diciamolo. A volte la mamma zen dura circa sei secondi, poi parte la versione “adesso basta”. Però sto capendo che in questa fase è importante non entrare subito nello scontro. Se lei alza il tono e io alzo il tono ancora di più, finiamo in una gara dove nessuna delle due si sente capita. Allora provo a fermarmi, respirare e chiedermi: “Questa è davvero una sfida contro di me o è una difficoltà sua nel gestire quello che prova?” Questo non significa accettare tutto. Significa scegliere come rispondere. Mettere confini senza perdere dolcezza nella preadolescenza Essere dolci non significa lasciare che i figli ci parlino come vogliono. Questa è una cosa importante. Possiamo capire la fase, accogliere l’emozione, riconoscere che stanno crescendo, ma allo stesso tempo dobbiamo insegnare il rispetto. Un messaggio che sto cercando di far passare è: “Puoi essere arrabbiata, puoi non essere d’accordo, puoi avere bisogno del tuo spazio, ma non puoi mancarmi di rispetto”. Detto così sembra facile. Poi nella vita reale ci sono i compiti, la cena, i panni, le richieste, i “mammaaaaa” ogni tre minuti e la pazienza che ogni tanto prende ferie senza avvisare. Però il confine resta importante.   Una frase utile da usare Una frase che può aiutare in questi momenti è: “Capisco che sei arrabbiata, però con me non si parla così. Quando vuoi, ne parliamo con calma.” È una frase semplice, ma contiene tutto: ascolto, limite e disponibilità. Non umilia, non attacca, non chiude la porta. Però mette un paletto. Anche noi mamme stiamo crescendo La verità è che la preadolescenza non riguarda solo i figli. Riguarda anche noi. Loro cambiano e noi dobbiamo cambiare modo di stargli accanto. Non possiamo più trattarli come quando erano piccoli, ma non possiamo nemmeno lasciarli completamente soli

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